La guerra di Mammina e il suo devastante segreto sui “goumiers”

di Maria Luisa Marolda

Le due magnifiche foto che pubblichiamo provengono dall’archivio privato di Maria Luisa Marolda e ritraggono sua madre Teresita Fantacone, detta “Mammina”, vittima di uno degli episodi più orrendi di cui furono protagonisti i “goumiers” del Corpo di spezione francese durante la seconda guerra mondiale (https://www.youtube.com/watch?v=bO2RoB0quzs)

Un racconto eccezionale, e di eccezionale intensità, che la scrittrice romana Maria Luisa Marolda ci ha amorevolgente affidato con questo titolo: Un’altra “livella”: lo stupro di guerra sui monti Aurunci. Questa è la prima parte.

Mia madre visse una lunga vita. Nacque e morì ad Esperia (in provincia di Frosinone) a 94 anni, e pure lì accadde il fatto centrale della sua esistenza, forse il più devastante, durante quella che viene chiamata “battaglia di Esperia” da chi conosce bene questa fase della seconda guerra mondiale. E se questo può apparire normale in un’esistenza senza grossi cambiamenti, non lo fu per lei, moglie allora di un Tenente colonnello della Regia Marina, che già si era trasferita con la famiglia in varie città portuali: Brindisi, Livorno, Ancona, dove ero nata io, e da dove eravamo venuti via, nella primavera del ’43, con il coinvolgimento dell’Italia nella guerra.

Intorno a quel paesino di poche migliaia di abitanti si giocarono le sorti della linea Gustav, la linea difensiva tedesca che doveva fermare l’avanzata alleata, a pochi chilometri da Cassino, dove infatti l’esercito alleato sferrò una delle offensive più impegnative di quel conflitto, con forze di terra e di cielo lì concentrate.

La popolazione civile di quei luoghi non si era certo resa conto dell’apprestamento di opere di fortificazione e di chilometri di campi minati, non percependo quindi di venirsi a trovare in un nodo strategico della guerra. Pure la mia famiglia l’aveva scelto come luogo sicuro, lontano dalle principali vie di comunicazione, le strade che venivano dal mare ed andavano a Roma, su un territorio aspro e montano, difficilmente aggredibile da chi non lo conoscesse. Un “nido d’aquile”, come venne definito, ma di quali aquile si trattasse la storia lo avrebbe chiarito e non erano di sicuro i poveri abitanti di Esperia.

Ma sulle carte militari alleate non era sfuggita la concentrazione di forze e postazioni strategiche tedesche in quel territorio ed erano ben noti i monti che lo circondavano, ognuno dei quali sarebbe stato teatro di violenti scontri: monte Faito, monte Mayo, monte Rotondo e poi monte Revole e monte Petrella e infine monte D’Oro. Quest’ultimo, un bellissimo cono dorato per le stoppie che lo ricoprono, poggia a poche centinaia di metri dall’avito palazzo dei Fantacone, lì dove mia madre nacque e morì e dove si rifugiò allora con i quattro figli avuti dal colonnello Alberto Marolda. In assenza del padre, già prigioniero, li confortava la presenza delle sorelle di Mammina, con le loro famiglie, i Pelagalli ed i Fantacone.

A questo punto della storia militare, due personaggi centrali nei due schieramenti sembrano realmente consapevoli dell’importanza strategica di Esperia e dei monti circostanti: da una parte il generale Albert Kesserling, che aveva più volte espresso le sue preoccupazioni sulle forze francesi e sulla necessità di rinforzare il monte Petrella, da parte alleata il generale Alphonse Juin, comandante in capo del Corpo di Spedizione francese in Italia, che comprendeva i famosi goumiers. Questi preoccupavano giustamente Kesserling, proprio per essere diversi da tutti gli altri combattenti. Già il loro aspetto incuteva timore e meraviglia: indossavano mantelli a strisce con cappuccio, talvolta elmetti piatti di metallo e ai piedi sandali di pelle. Non sembrava avessero bisogno dei sandali, saltando comunque a piedi nudi, da un sasso all’altro, “come cavallette”, mi disse mio fratello Gigi, che avendo vissuto gli eventi di cui parlo, è stata una delle fonti dirette di questa storia, l’unica vivente.

La famiglia Marolda ad Esperia era composta, allora, da mia madre Teresita Fantacone, detta Mammina, mio fratello Luigi, detto Gigi, 15 anni, Massimo di 14, Anna Rosa di 10 ed io, detta Zezè, di poco più di un anno. Mio padre Alberto era stato catturato a Tolone, in Francia, l’8 settembre del ’43 ed inviato nei lager con gli altri IMI (Internati Militari Italiani), che non avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana ed alla collaborazione col governo germanico. Proprio perché gli IMI furono considerati prigionieri di un Paese ex alleato e quindi “traditori”, non soggetti alla protezione della Croce Rossa Internazionale, della sua sorte noi familiari non avemmo notizie fino alla fine della guerra. So che mia madre cercò in ogni modo di decidere i nostri spostamenti sulla base della sia pur vaga speranza di mettere in condizione la famiglia di riunirsi a lui: così la volontà di non fuggire a Roma, in un primo momento, e di raggiungere Napoli, confidando in una errata notizia di un suo imbarco per Malta; poi la decisione tardiva e irrealizzabile di essere trasportati a Roma, dove i tedeschi assicuravano comunicazioni più efficaci, infine, da un campo profughi all’altro, la resistenza ad essere trasferiti lontano da Napoli, per trovar rifugio nella casa di suo suocero, a Pozzuoli. Riferimento sicuro anche per il marito, al suo ritorno.

“Per venire con te” è la dedica di questa stupenda fotografia che ritrae Teresita Fantacone. Giovanissima, si innamorò e poi sposò il Tenente colonnello della Regia Marina, Alberto Marolda: sono i genitori dell’autrice di questa importantissima testimonianza sulle violenze nel Frusinate durante il secondo conflitto mondiale

È chiaro che il distacco da Alberto doveva pesarle, non solo per la mancanza di un appoggio sicuro in quei frangenti, ma soprattutto affettivamente, poiché la loro storia non era nata da un incontro voluto dalle famiglie, come accadeva spesso allora, ma era stato il caso a suscitare un vero colpo di fulmine. Ormai vedova, dopo un lungo percorso matrimoniale divenuto più aspro, al ritorno di mio padre, per i danni morali e materiali della guerra e della prigionia, ricordava ancora così quel magico momento:

«Rimasi completamente folgorata da quel ragazzo così bello! Ed altrettanto dovette accadere a lui, perché entrambi non riuscivamo più a dire una parola. Ero, nonostante tutta la mia spavalderia, una bambina di nemmeno quindici anni, ed aggiungiamo che eravamo nel 1918! Lui, aveva appena 19 anni, alto, snello, biondo con gli occhi azzurri… un principe nella sua divisa, col berretto e lo spadino dorato che gli pendeva sul fianco, con la mano guantata che reggeva l’elsa con noncuranza. Fu un incontro meraviglioso che non ho mai potuto dimenticare per tutta la vita, che anzi, devo dire, fu l’inizio della mia vita. Per me era l’ultimo anno di collegio e per lui era l’ultimo anno di Accademia».

Un matrimonio d’amore, come si suol dire, per il quale dovettero affrontare anni difficili, in cui Alberto scriveva da tutti gli imbarchi sparsi per il mondo e Teresita osservava un forzato silenzio, dovuto alla disapprovazione familiare per il giovane ufficiale di Marina e per il suo lavoro remunerato, aspetto poco decoroso per i possidenti altolocati di allora. Poi, finalmente accettato, si presentò ad Esperia, vestito di bianco, su un calessino, e fu accolto con tutta l’attenzione che la madre vedova con quattro figlie poteva riservare al primo uomo che entrava in famiglia. Erano gli anni ’20 e quei mobili antichi della camera a lui riservata furono sostituiti da mobili nuovi di zecca, di gusto Art noveau.

Mia madre allora aveva cominciato a raccontare cose che non aveva mai detto prima, a Massimo, che la registrava. Anni dopo lui le pubblicò, con i suoi ricordi di Esperia, della grande casa, della guerra che lì aveva vissuto da adolescente come suo fratello Gigi. Entrambi così alti e biondi da correre seri rischi di essere catturati da entrambe le parti, cosa che avvenne temporaneamente, per fortuna, in vari momenti della storia.

I – continua

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